domenica 4 dicembre 2011

Any Where 18 Dicembre 2011 Galleria Samonà, via Roma, Padova

Any Where
Era il 2004 quando conobbi Silvio De Campo e Renata Galiazzo durante una conferenza tenutasi nel Liceo Artistico. C'è stata quasi subito un'affinità d'animo, personale, più che artistico.
Nel 2005, credo di ricordare esattamente, durante una loro mostra mi hanno coinvolto in questo progetto ANY WHERE, ossia nell'installare alcune loro riproduzioni fotografiche di opere in posti particolari e realizzarne una foto come "testimonianza" dell'installazione.
Renata e Silvio hanno raccolto queste foto e all'interno della mostra STUDIO, inaugurata il 4 di Dicembre, prenderà vita il progetto ANY WHERE, presentato appunto il 18 Dicembre 2011.
Ho partecipato molto volentieri a questo progetto con due montaggi fotografici di due opere di Silvio e Renata su ambienti virtuali creando così un'opera sull'opera, enfatizzando il primordiale messaggio delle opere di Silvio e Renata, amplificando l'essenza seppur decontestualizzando il loro lavoro, appunto cambiandone fisicamente l'ubicazione.
Ringrazio Silvio e Renata per l'occasione che mi hanno dato e per la loro amicizia.


Raniero
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martedì 27 settembre 2011

Presentazione a Pragmatica, 21 settembre 2011

Presentazione a Pragmatica
Volevo ringraziare Katia Giovinazzo per il lavoro fatto e la presentazione delle mie opere esposte a Pragmatica durante la serata del 21 settembre, altresì ringraziare tutti i partecipanti all'evento che mi hanno dimostrato affetto e partecipazione.
Ho postato qui la prima parte del video per che volesse vedere l'evento.


Un doveroso ringraziamento a Stefano per il lavoro di ripresa e montaggio


Raniero

sabato 17 settembre 2011

Inaugurazione PRAGMATICA

Roberto Callegari, presidente dell'associazione Capovilla
mentre presenta l'evento "PRAGMATICA"

Alcuni giovani curatori presenti alla serata dell'inaugurazione
Vale la pena di citarli tutti i giovani curatori, ringraziandoli della loro partecipazione e per il lavoro svolto;
puramente in ordine di apparizione:





Lisa Parolo
Giulia Giraldo
Edoardo Anastasio
Caterina Mestrovich
Katia Giovinazzo
Elena Beni
Maria Palladino
Elisabetta Vanzelli
Chiara Rizzante
Benedetta Turlon
Federica Magro



Guido Galesso, critico d'arte
durante il suo intervento di apertura su "PRAGMATICA"
Un estratto dal suo intervento:
 Il campo entro il quale si giocano i rapporti fra artista e critica può essere schematicamente definito entro le due concezioni dell’arte e della critica rappresentati dalle due descrizioni precedenti, che possiamo considerare simili a due poli d’attrazione. Fra i due poli agiscono le varie componenti che formano il mondo dell’arte, gli autori e il pubblico, gli artisti, i critici, i curatori, i galleristi i collezionisti.
Pragmatica, promossa dall’Associazione Paolo Capovilla, propone in miniatura il vasto e complesso mondo dell’arte. Chiama gli artisti a mettersi in gioco assieme ai curatori, a quei critici particolari che, letteralmente, si prendono cura delle opere. Pragmatica vuole essere un luogo privilegiato dove gli autori e le opere incontrano il pubblico e ad esso si schiudono. I giovani curatori si sono messi a loro disposizione per offrire al pubblico la loro funzione di primi interpreti.
Da due secoli circa, da quando si è formato il mercato dell’arte, le opere entrano in rapporto con il pubblico in quanto merce, come già aveva colto Johann Heinrich Füssli. Gli artisti sono virtualmente soli di fronte al mercato, non più scelti, guidati e sostenuti dalla committenza, ma “liberi” di scegliere cosa e come fare. La figura del committente è stata sostituita da quella del collezionista che, acquistando l’opera, ne sancisce il valore, la sua sopravvivenza come opera d’arte, e al contempo sanziona il valore dell’autore in quanto artista. Forse ancora non è evidente a qualcuno il cambiamento radicale avvenuto quando alla figura del committente si è sostituita la figura del collezionista. In quanto merce l’opera ha valore quando le è riconosciuto un prezzo. Lo attesta la consuetudine di stimare il valore quantificandone il prezzo ossia istituendo l’identità valore=prezzo. Già Charles Baudelaire, rivolgendosi ai borghesi nella visita ai Salon parigini, agli albori della critica d’arte contemporanea, aveva colto l’importanza del critico quale mediatore fra artista, altrimenti incompreso, e pubblico, ignaro e indifferente. Da allora il sistema dell’arte è incrementato smisuratamente, articolando i ruoli e i luoghi di incontro, dove i collezionisti, apprezzando le opere d’arte, sanciscono la qualità degli autori. Quasi leggendarie le figure dei grandi galleristi fra Ottocento e Novecento, come Paul Durand-Ruel, Ambrosie Vollard e Daniel-Henry Kahnweiler, con le loro “scuderie” di artisti. Il Novecento ha eletto le gallerie come luoghi di formazione del valore, mentre gli atelier sono i luoghi della produzione delle opere. Ora, mentre le grandi collezioni pubbliche e le grandi mostre internazionali vidimano il valore assoluto degli autori, le grandi collezioni mondiali sanciscono il prezzo e quindi il valore delle loro opere, che vengono scambiate nelle aste newyorkesi e londinesi e nelle innumerevoli fiere.
Le grandi collezioni sono diventate multinazionali dell’arte, capaci di muovere folle e di rigenerare intere città con conseguenti effetti economici che interessano i poteri politici e le grandi banche d’affari, mentre la statura delle archistar è consacrata dalla progettazione dei luoghi espositivi dell’arte.

“A che serve la critica?”, si chiedeva già Baudelaire agli albori del contemporaneo sistema dell’arte. Quale ruolo svolge la critica nel rapporto fra artista e pubblico? Questa domanda è ancora attuale, se il valore dell’opera è indicato dal valore di scambio? Il critico può ancora favorire od ostacolare il successo degli autori ergendosi a giudice? O è relegato a una funzione di complemento, subalterna ai valori già sanciti dal mercato, chiamato a confezionare un prodotto, ad assumersi esclusivamente la responsabilità del packaging? Quale ruolo svolge in particolare il curatore, quel critico che elegge l’opera all’esposizione, facendosi carico di un suo primo implicito ed esplicito giudizio?

A queste domande autori e curatori di Pragmatica hanno dato ognuno la propria risposta. Si sono scelti e conosciuti reciprocamente, dando vita ad un laboratorio che, nella sua singolarità, si costituisce come esemplare proposta. L’esposizione nell’Ex Macello di Padova, appuntamento ormai annuale voluto dall’Associazione Paolo Capovilla, segue in questa occasione un’impostazione diversa dalle precedenti edizioni.
Eletto a tema non è più un soggetto comune e vincolante, bensì la condizione stessa dell’artista, sciolto da vincoli con gallerie e quindi libero di scegliere sia cosa trattare sia come interpretare. Ogni autore, sedicente artista finché il pubblico non ne riconosce il valore, può seguire la sua poetica autoreferenziale o rivolgersi ad un soggetto esterno a cui dare la propria forma individuale. Artista e curatore, forse in simbiosi o in dialettico confronto, allestiscono lo spazio espositivo come fosse una piccola personale e assieme hanno modo di presentare le opere a loro incondizionata responsabilità.
L’Ex Macello, eletto ormai a luogo espositivo dell’arte contemporanea al suo stato sorgivo, con le sue distinte campate accoglie volentieri questa intenzione e si propone al pubblico, destinatario e ultimo giudice.


Visitatori


Volevo cogliere l'occasione per ringraziare tutti i collaboratori all'organizzazione dell'evento e alla magnifica riuscita dell'inaugurazione.
Vi aspetto tutti alle serate di presentazione dei curatori, in particolare, scusate se ne approfitto, alla serata del 21 settembre 2011 alle ore 21.00, durante la quale la curatrice Katia Giovinazzo presenterà i miei lavori in mostra.

Raniero

martedì 13 settembre 2011

Pragmatica, ipotesi per una collezione d'arte contemporanea


Pragmatica
Ipotesi per una collezione d’arte contemporanea.

Sembra uno strano titolo per una mostra, almeno sembra, in realtà Pragmatica è una disciplina che si occupa di linguaggio, comunicazione e concreti scambi comunicativi, in altre parole tutto quello che avviene all'interno di una mostra d'arti visive.
L'impronta pratica e concreta che l'artista vuole dare con il suo operare, con il suo "fare arte" attraverso un proprio linguaggio per entrare in comunicazione diretta con chi lo osserva.
Un segno concreto rivolto anche alle amministrazioni che, troppo spesso, guardano altrove o troppo lontano per cogliere cosa può offrire il territorio locale in termini di espressioni artistiche, non solo rivolte al mercato fine a se stesso ma come "oggetto e soggetto culturale" in un momento in cui l'arte e la cultura vengono subordinate ed equiparate all'efficienza ed efficacia produttiva e di commercio.
Pragmatica, in controtendenza, sarà un evento per non rinnegare e per rivendicare le nostre vere radici artistiche fondate su spazi, sempre meno presenti e oramai introvabili, in cui operare e condividere le proprie esperienze artistiche, prima con "colleghi" e poi con il resto della comunità, facendoli diventare veri e propri punti culturali e formativi se non anche educativi.
Questo appuntamento dovrebbe diventare un "messaggio concreto" e un momento di conoscenza per stimolare la consapevolezza delle potenzialità e dei "bisogni" degli artisti proprio in contrapposizione alle logiche di mercato e agli affaristi che hanno trasformato l'arte in business.
La mostra, presso lo spazio espositivo Ex Macello, via Cornaro 1 a Padova, dal 9 settembre al 2 ottobre 2011, si struttura in un vernissage di presentazione generale in cui si enfatizza l'idea comune che ha spinto l'associazione Capovilla a presentare i singoli associati con la propria produzione in piccoli atelier e, durante le tre settimane della mostra con cadenza regolare, un gruppo di giovani curatori - critici d'arte presenteranno singolarmente due o tre artisti per ogni appuntamento serale.
Una sorta di mostra nella mostra, di approfondimento nato dall'avvicinamento e dalla condivisione tra un "artista" e un giovane curatore, allo scopo di far conoscere la propria arte attraverso una visione critica e priva di contaminazioni commerciali ma, prima di tutto, nella sinergia di elementi che potrebbero sembrare lontani, se non altro anagraficamente, ma che hanno una convergenza d’intenti nel “fare e nel promuove l'arte”.

Calendario

12-09-2011 Lisa Parolo
presenta A. Dzouzi - O. Marcon, L. Rotundo

13-09-2011 Guido Bartorelli
conferenza “Cronache dalla Biennale di Venezia 2011”

14-09-2011 Giulia Giraldo
presenta Pia Camporese, F. Giraldo, S. Marchioro

19-09-2011 Edoardo Anastasio
presenta G. Ceccherini, F. Zerbetto

20-09-2011 Caterina Mestrovich
presenta F. Fobia, R. Nicolè

21-09-2011 Katia Giovinazzo
presenta R. Menin, G. Omodeo

22-09-2011 E. Beni, M. Palladino
presentano Paolo Camporese, C. Fornas

26-09-2011 Elisabetta Vanzelli
presenta N. Cordioli, F. Galletti, M. Ruzza, F. Storti

27-09-2011 Chiara Rizzante
presenta D. Pedrocco, S. Strukul

28-09-2011 Benedetta Turlon
presenta C. Pizzo, C. Rigato

29-09-2011 Federica Magro
presenta S. Giacometti, P. Perego

Tutti gli incontri si svolgono allo spazio espositivo Ex Macello, via Cornaro 1, Padova, alle ore 21

Raniero

martedì 26 luglio 2011

Uomo - Prodotto vs Prodotto - Uomo

Agli inizi degli anni '90, nel settore moda e accessori si è sentito l'esigenza di introdurre una nuova figura professionale : "Uomo - Prodotto".
"L'Uomo Prodotto definisce  le linee di sviluppo produttivo ed organizzativo, coordina le funzioni aziendali che operano alla definizione del prodotto, supporta i responsabili  acquisti materie prime ed i responsabili di produzione per raggiungere  la qualità attesa dei prodotti. Si interpone tra il Marketing, lo Stile, la Produzione e partecipa attivamente al processo creativo del prodotto. Figura praticamente identificata con il processo di creazione del prodotto."

Prodotto UomoProseguendo il ragionamento sulla "connotazione del presente" mi è venuto spontaneo giocare con queste due parole e l'uomo - prodotto è diventato "Prodotto - Uomo", ossia l'oggetto, e non più soggetto, della filiera produttiva, ossia l'identificazione con il prodotto stesso, con le sue caratteristiche, con il suo "uso", "consumo" e, purtroppo, con il suo prezzo.

Mi sono lasciato ispirare da Pellizza da Volpedo, con il suo "Quarto stato", celebre dipinto realizzato agli inizi del '900, (cento anni fa circa) che raffigura una scena di vita sociale, lo sciopero, ma non solo questo; simboleggia pure "il popolo" che avanza verso la luce.
Particolare Uomo Prodotto  Ho rappresentato il "nuovo quarto stato", potremmo anche chiamarlo il "quinto stato".
Nulla più raffigura l'avanzata fiera dei lavoratori e lavoratrici verso la luce, ma invece li rappresento visti da dietro, in modo impersonale, che guardano verso il nulla, il buio e ciascuno con il proprio codice a barre a identificarli come in uno scaffale di un IPERMERCATO.

Dall'uomo-prodotto al prodotto-uomo appunto.



Qui a fianco due particolari


Raniero

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martedì 5 luglio 2011

L'arte e "l'usa e getta", un possibile punto d'incontro.


Per continuare il discorso sul "consumismo", ho unito due estremi, la massima espressione artistica pittorica ossia il ritratto e l'elemento più effimero nell'ambito del consumo ossia la carta da regalo. Estremi non solo nell'uso, uno per durare quasi per sempre, l'altro invece qualche minuto, ma anche nella modalità di "produzione". Il ritratto è il frutto di un insieme di studi e di metodologie artistiche, di prove e di tecniche molto personali, la carta da regalo, invece, viene prodotta in serie, in modo industriale, automatico, con ricchezza cromatica e a prezzi sempre più economici. La sua funzione praticamente è proprio "usa e getta"e una volta aperto il pacco viene cestinata e buttata via.
Io ne faccio supporto per la mia pittura, una sorta di estremi che, in un equilibrio instabile, danno vita ad una espressione artistica.


Raniero

Ritratto 3, Acrilico su carta da regalo, 70 x 70 cm
Ritratto 4, Acrilico su carta da regalo, 70 x 70 cm
Ritratto 6, Acrilico su carta da regalo, 70 x 70 cm

Raniero

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giovedì 30 giugno 2011

La connotazione del presente è la "QUANTITÀ", il "MERCATO", il "CONSUMO"

Qualche anno fa vidi un bel film, Fight Club, del '99 con Edward Norton che interpretava il narratore, Brad Pitt, che interpretava Tyler Durden e Helena Bonham Carter che interpretava Marla Singer, per chi non la conosce è la bellissima ma perfida Bellatrix Lestrange nella saga di Harry Potter.
Sono stato particolarmente colpito da questo film e ve lo consiglio.
Mi ha fatto così pensare e, tra tutti i temi che il film affronta nei vari dialoghi, riporto di seguito qualche citazione interessante:
"……Siamo consumatori!!
si ... siamo consumatori.
Siamo i sottoprodotti di uno stile di vita che ci ossessiona. Omicidi, stupri, crimini, povertà, queste cose non mi spaventano... quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con 500 canali, il nome di un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra, poche calorie...

La pubblicità ci mette nell'invidiabile posizione di desiderare auto e vestiti, ma soprattutto possiamo ammazzarci in lavori che odiamo per poterci comprare idiozie che non ci servono affatto ....

Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinto che un giorno saremmo diventati miliardari (calciatori), miti del cinema, rock stars (artisti e veline). Ma non è così…
"

Fight Club , USA 1999

decollage 8 Niente di più attuale soprattutto in questi ultimissimi anni, diventa una sollecitazione al consumo in nome di una crisi (attuale) che, per alcuni, sta passando ma che, purtroppo, non ha insegnato nulla.
Non ci sono stati i cambiamenti che la nostra società avrebbe dovuto fare, anzi non ha avuto il coraggio o la volontà di fare, o peggio, non è più in grado di trovare nuovi modelli alternativi al consumismo per sostenere lo sviluppo. Siamo praticamente sommersi ogni giorno da volantini pubblicitari (messaggi pubblicitari), il Mercato è diventato un SuperMercato, poi un IperMercato e addirittura EuroMercati per soddisfare desideri smisurati e permettere guadagni sempre maggiori.
Ma la molla, il desiderio, la necessità inconscia, del consumare è spinta ancora di più ora visto che la "crisi è passata" e con essa i sensi di colpa di un cambiamento che non c'è stato e "grazie a Dio" tutto è come prima o forse meglio.
Decollage 2  Infatti ora abbiamo imparato che "non spende danneggia il paese, genera disoccupazione, fa stagnare l'economia, non permette la distribuzione delle ricchezze ai poveri". I "centri commerciali" di fatto sono diventate le nostre nuove Cattedrali, oramai aperte 7 giorni su sette e quasi 24 ore su 24, con i suoi nuovi Santi, Madonne e Pantocratori,(che cambiano periodicamente come dei paramenti sacri), vere icone del presente che lasceremo in eredità alle generazioni future come tracce del "nostro modello di vita". O peggio sarà l'unico modello, fallimentare, a cui far riferimento anche per loro. Siamo quelli del "tutto incluso", dei "contratti senza limiti", della "bolletta a costo fisso". Proprio in "onore" a questo ho decontestualizzato questa "comunicazione visiva", effimera nei suoi connotati fisici e contenutistici, per elevarla ad opera d'arte "sacra" come nuovi idoli, cercando di fermare il tempo, l'istante,
l'attimo ma non riuscendoci. Con disprezzo e rabbia strappo, metaforicamente e fisicamente, l'idea del CONSUMISMO, dell'EFFIMERO, dell'USA E GETTA, del CONSUMO SENZA LIMITI attraverso quei volantini che sono destinati al cassonetto della carta), incorniciando una sorta di "muri virtuali" segnati dal tempo e dalle intemperie che hanno degradato l'immagine "sacra" privandola dei contenuti e proiettandoli un'epoca "post-capitalista" quasi "post-atomica" come monito, sotto forma di opera d'arte, di un periodo in cui l'unico obiettivo era il CONSUMO, diventando l'icona di un modello senza speranza e senza futuro del possedere per buttare e poi ri-possedere .


Raniero

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lunedì 20 giugno 2011

I am Back, ebbene si ..... sono tornato


Sono passati dei mesi dall'ultimo post, difficoltà tecniche, mi è "morto" un pc, il mio glorioso MAC, impegni con il lavoro e altro mi hanno tenuto lontano dal blog ma, come dice il titolo, sono tornato.
Ho novità che posterò successivamente, un progetto per un evento a breve e nuovi sviluppi del mio lavoro, perciò si preannuncia un'estate all'insegna del lavoro e della creatività.

Raniero

lunedì 28 marzo 2011

Caspar David Friedrich, "Perché, mi son sovente domandato, scegli sì spesso a oggetto di pittura la morte..."


Volevo qui riportare due brevi considerazione di un artista tedesco per me molto importante:
Caspar David Friedrich

"L'unica vera sorgente dell'arte è il nostro cuore,
il linguaggio di un animo infallibilmente puro.
Un'opera che non sia sgorgata da questa sorgente può essere soltanto artificio.
Ogni autentica opera d'arte viene concepita in un'ora santa e partorita in un'ora felice,
spesso senza che lo stesso artista ne sia consapevole, per l'impulso interiore del cuore".


"Perché, mi son sovente domandato
scegli sì spesso a oggetto di pittura
la morte, la caducità, la tomba?
perché, per vivere in eterno
bisogna spesso abbandonarsi alla morte".

Caspar David Friedrich


Raniero

domenica 13 marzo 2011

Eros e Thanatos

Un aspetto importante, sicuramente legato al tema della morte, e presente nel mio lavoro è l'Eros.
"…… puoi arrivare a perderti
perdi tutto
i confini, il senso del tempo
due corpi possono unirsi a tal punto
che non sai più chi è chi e cosa è cosa
e quando la confusione raggiunge quell'intensità ti sembra di morire
e in un certo senso muori
e ti ritrovi da solo nel tuo corpo, separato, ma la persona che ami è ancora li
è un miracolo
Vai in paradiso e torni indietro da vivo
e puoi tornarci tutte le volte che vuoi con la persona che ami…
"

L'uomo bicentenario, USA, Germania 1999

La morte accomuna tutti gli essere viventi, specificatamente l’uomo, in una sorta di destino comune quasi come un’apertura tra individui che permette un’interazione. Ma non è l’unico, l’altro è l’atto sessuale (Eros).
Definito “petite mort”, esso non è sufficiente ad una sospensione illimitata dell’isolamento e della solitudine dell’essere, per la sua istantaneità: dopo il coito, i due individui tornano ad essere discontinui, e inoltre percepiscono l’abisso angoscioso dal quale sono fuoriusciti seppur momentaneamente, e lo percepiscono più vasto ancora.
Esso è attraente, attraente come la morte, in quanto
eros 1 essa si rivela all’uomo come momento di continuità, (in accordo con Schopenhauer) cui però dovrà sottrarsi regredendo alla discontinuità che gli è propria, in quanto vivo. L’attrazione è attesa e l’attesa diviene tensione, diviene paura, diviene angoscia. E per ovviare a questa tensione l’individuo si affanna a costellare la sua esistenza di tutta una serie di piccole morti, di esperienze che lo portino a vanificare, seppur per un momento, quella discontinuità che lo rende solo e che gli impedisce di comunicare con gli altri individui. Freud si accorse che la psiche non era solo governata da una pulsione (impulso incontrollato e primordiale) al piacere, ma anche da una pulsione distruttiva, una pulsione di morte e ne parla in particolare nel libro" Al di là del principio del piacere", pubblicato nel 1920.
La pulsione di vita, (l'eros), era affiancata da una pulsione di morte (thanatos); le due pulsioni sono presenti contemporaneamente, pulsione antagonista, in ogni uomo, in contrapposizione dialettica.
Eros 2  Giunge a questa conclusione attraverso l’osservazione clinica dei comportamenti caratterizzati dalla coazione a ripetere, nei quali cioé il soggetto ripete ossessivamente operazioni spiacevoli e dolorose, che riflettono, in modo più o meno mascherato, elementi di conflitti passati. Tali comportamenti sono in contaddizione con il principio del piacere, e quindi rendono necessario pensare ad un’altra pulsione, appunto quella di morte.
Quando le pulsioni di morte sono rivolte verso l’interno tendono all’autodistruzione, ma successivamente possono essere rivolte anche all’esterno e diventano pulsioni di aggressione e distruzione. Nella realtà psichica le pulsioni si presentano sempre come ambivalenti, caratterizzate dalla compresenza di questi due principi di vita e di morte: anche la sessualità presenterebbe, dunque, tale ambivalenza sotto forma di amore e di aggressività.
Le pulsioni di vita tendono a unire e legare gli uomini in comunità sempre più vaste, mentre la pulsione di morte sarebbe indirizzata a una riduzione completa delle tensioni presenti nell’essere vivente di tutti gli impulsi vitali, un’autopunizione derivante dall'impossibilità del piacere riportandolo idealmente alla pace propria dello stato inorganico.
L’associazione della “piccola morte” alla morte vera e propria coopera all’interno di quello scambio continuo tra vittima e boia che è fonte di eccitazione e fondamento della comunione tra gli individui.
Potremmo considerarla come la forza unificante di un amore travolgente ma qui anche è in gioco la disperazione data dalla consapevolezza della propria frammentarietà, della propria percepibile disuguaglianza, del distacco incolmabile che neanche situazioni portate all’estremo, come la morte o una sessualità sfrenata e perversa possono colmare (video snuff).
Tutto questo lo ritroviamo in un artista per me molto importante: Egon Schiele.
I suoi lavori sono permeati di angoscia, aggressività e disperazione. La sua ossessione è quella del conflitto col desiderio, un conflitto quasi adolescenziale, un continuo manifestarsi di sesso, colpa ed espiazione (tre temi dovuti alla morte del padre per sifilide e alla rigida morale vittoriana).
Il tema della punizione è evidente nei dipinti erotici, raffiguranti specialmente ragazze dedite all'autoerotismo, ma anche l'artista stesso mentre si masturba, tto di desolazione e sofferenza.


Raniero

martedì 8 marzo 2011

Schopenhauer, "la morte è una vicenda interna della vita, essa appartiene alla vita immortale della natura" parte 3

«A parte poche eccezioni,al mondo tutti, uomini e animali, lavorano con tutte le forze, con ogni sforzo, dal mattino alla sera solo per continuare ad esistere: e non vale assolutamente la pena di continuare ad esistere; inoltre dopo un certo tempo tutti finiscono. È un affare che non copre le spese» (Arthur Schopenhauer, aforisma)
Il tema della morte in Schopenhauer è orientato in una direzione diversa.
L'atteggiamento quotidiano nei confronti della morte viene preso come una sorta di filo conduttore che contiene indizi ricchi di senso. Esso oscilla tra noncuranza e terrore. Di questi stati affettivi Schopenhauer propone una notevole spiegazione psicologico-metafisica. La morte incombe su ciascun individuo come un evento che può intervenire in ogni istante in modo più o meno inatteso, più o meno fortuito. Eppure ciascuno, nella misura del possibile, vive lietamente «come se la morte non ci fosse» (Il mondo come volontà e rappresentazione, 1985, p. 324). Non appena ci si trova realmente faccia a faccia con la morte o anche soltanto ci si immagina di esserlo, a questa noncuranza subentra il terrore di essa: l'individuo cerca allora con ogni mezzo di fuggirla. Certamente Schopenhauer rifiuterebbe di collegare noncuranza e terrore come se la prima fosse un modo di reagire e di rimuovere questo terrore sempre incombente, quindi come se vi fosse tra entrambi un nesso puramente psicologico; e nemmeno accetterebbe una spiegazione razionale, come se cioè la noncuranza fosse il risultato di una riflessione e di un ragionamento implicito sull'ineluttabilità della morte. Si tratta piuttosto di scoprire le radici metafisiche di questi sentimenti che rimandano all'essenza del reale che è volontà e nello stesso tempo al superamento del momento empirico-fenomenico. Nel terrore di fronte alla morte parla in realtà la voce stessa della natura, intesa come concretizzazione della volontà che è essenzialmente volontà di vivere. E proprio questo sentimento attesta che :
«tutto il nostro essere in se stesso è già volontà di vita, a cui questa deve valere come il sommo bene, per quanto amareggiata, breve ed incerta essa sia» (Supplementi, II, XLI, p. 482).
E poiché la volontà non è affatto distribuita e spezzettata fra gli individui, ma è presente nella sua totalità in ciascun individuo, allora si comprende che l'orrore della morte è orrore che il principio metafisico stesso manifesta di fronte all'idea della propria autodistruzione.
«Nel linguaggio della natura la morte significa annientamento» (ivi, p. 481) ed è significativo che l'annientamento sia anzitutto annientamento del corpo che è «oggettivazione immediata della volontà».
Ma anche la noncuranza è, alle sue radifici, noncuranza della natura: la morte - dice Schopenhauer
«dissipa l'illusione che separa la coscienza individuale da quella universale» ( M 324), ricongiungendo la mia vita alla totalità vivente del mondo. Ed allora possiamo veramente essere noncuranti della morte, e in un senso profondo, che può arrivare alla piena consapevolezza dell'intramontabilità del presente che è anche l'intramontabilità della vita. Il presente è allora paragonabile ad un
«eterno mezzogiorno al quale non mai succede la sera, o come il vero sole che arde ininterrottamente benché sembri tuffarsi nel seno della notte» (Mondo, 1985, p. 324).
Sullo sfondo di ciò vi è certamente sempre il pensiero dell'effimero. Ma questo deve essere pensato attraverso l'idea di una ricongiunzione con la totalità da cui l'individualità è stata scissa per entrare nel vortice di un mondo che è mera apparenza. In questa totalità la morte è, non meno della nascita, una vicenda interna della vita, essa appartiene alla vita immortale della natura (Mondo, 1985, § 54, p. 317). Questa vitalità della natura ha nel ciclo corporeo il proprio modello elementare: in esso vi è acquisizione ed espulsione di materia e tra acquisizione ed espulsione generazione continua di cellule vitali.E così nello sviluppo della pianta la foglie e i fiori caduti a terra rappresenteranno il suo concime. La «fresca esistenza» di ciascuno è «pagata con la vecchiezza e la morte di un defunto, il quale è perito, ma che conteneva il germe indistruttibile dal quale è nato questo nuovo essere: essi sono un essere solo» (Supplementi, 1986, II, XLI, p. 521).


Arthur Schopenhauer


Raniero

domenica 27 febbraio 2011

Kierkegaard, "che tu sei e che la MORTE parimenti è" parte 2

Vorrei continuare a postare i miei pensieri su questo tema a me caro. La morte.
Dopo quello che ho scrittonel post precedente, se, a questo punto, riusciamo a capire il significato e l'origine di gran parte dei nostri atti morali, come ad esempio l'imperativo «non uccidere», nato proprio da quel senso di colpa di fronte al cadavere e che sorge dallo stesso conflitto descritto in precedenza, dobbiamo ammettere che anche queste spiegazioni alla fine servono a ben poco e dentro di noi permane quell'inquietudine, quelle incertezze riguardo l'attimo estremo.
Si ha come l'impressione che, alla fine, il problema sia ancora sfocato, si sia spostato verso l'Altro, non abbia centrato completamente l'obiettivo e non sia riuscito, così, ad attrarre completamente il nostro interesse, forse, proprio perché in Freud sembra sfuggire il nostro vissuto esistenziale.
A questo punto la ricerca sembra già finita, sembra segnare come esito l'impossibilità di fissare lo sguardo in un problema tanto radicale, l'incapacità di parlare sensatamente di un evento che lascia letteralmente senza parole -- non a caso anche nel mondo moderno si è cercato di sostituire la parola «morte» con eufemismi e modi di dire codificati dalla società come, ad esempio, «essere passato a miglior vita», «essere dipartito», «essere mancato»... come se, alla fine, queste frasi fatte e tutta una serie di rituali, dalle condoglianze alle prediche rassicuranti quanto fataliste delle religioni, volessero offrirci delle risposte prefabbricate, cercando in tutti i modi di distoglierci da una riflessione autonoma.

" è vero e proprio dolore quello che si prova quando lo scomparso era carne della tua carne, sono le doglie del parto della speranza immortale quelle che si provano quando la morta era la tua amata, è l'esplodere sconvolgente della serietà quella che si trova quando il defunto era la tua unica guida e la solitudine ti assale. Ma fosse anche tuo figlio, fosse anche la tua amata e fosse anche la tua unica guida, è pur sempre uno stato d'animo [...]
Serietà è pensare veramente la morte, pensarla cioè come la tua sorte, e comprendere così ciò che la morte non può farti comprendere: che tu sei e che la morte parimenti è" .


Søren Kierkegaard, Accanto a una tomba, il Melangolo, 1999, p. 41


E questa è solo la seconda parte .. alla prossima ... :).

Raniero

mercoledì 23 febbraio 2011

La Morte parte 1

Nei miei lavori affronto spesso l'argomento della morte in quanto ritengo che accomuna tutti gli essere viventi, specificatamente l’uomo, in una sorta di destino comune quasi come una comunione tra individui che permette un’interazione.
Il “mortale” si affanna a costellare la sua esistenza di tutta una serie di piccole morti, di esperienze che lo portino a vanificare, seppur per un momento, quella discontinuità che lo rende solo e che gli impedisce di comunicare con gli altri individui.
Esiste un’altro momento di possibile interazione e quello si chiama EROS; la pulsione di vita, (l'eros) affiancata da una pulsione di morte (thanatos).

Vivo il presente come dovessi morire oggi, penso al domani come non dovessi morire mai.

Come testimonia Sofocle, l'uomo è sempre stato considerato la specie astuta per eccellenza, la specie che grazie al suo intelletto ha saputo adattare il mondo che lo circonda alle sue esigenze imparando a coltivare, a navigare, a catturare gli animali e a servirsene per i suoi bisogni; l'uomo sembra, dunque, essere l'animale che più si avvicina all'onnipotenza divina.
In Sofocle si legge, infatti, che l'uomo è l’essere terribile e prodigioso a causa della sua astuzia, a causa di quella temibile sagacia che consiste nell'essere <<pantóporos>>, nell'essere, cioè, ricco di risorse, nell'avere la capacità di trovare nuove strade da percorrere. Sempre per la tragedia egli é pantoporos aporos, cioè capace di percorrere tutte le vie ma senza averne una precisa:
"l’uomo é quindi “de-viato” dal corso della natura".
In questa sua solitudine risiede anche la sua tragica grandezza, cioè l’essere aperto alla progettualità come apertura al mondo e alla temporalità, alla morte ed alla libertà.
Pantoporos aporos: in questo ossimoro Sofocle racchiude la tremenda condizione dell’unica creatura che "ek-siste" al di fuori della compiutezza della natura, poiché l’agire umano tende a lottare contro il nulla ed é destinato ad approdare infine ad esso; il nulla che qui si intende é il nulla della morte, orizzonte ultimo e predestinato di ogni vita. La specie umana, dunque, che si differenzia dalle altre per
 
l'abilità nello scovare soluzioni, per l'inarrestabile capacità di procedere oltre sfidando qualsiasi condizione fisica e morale, si deve, anch'essa arrendere di fronte alla somma aporía (lett. senza strada), al più radicale dei vicoli ciechi, alla definitiva impasse: la morte. Fin dalle origini della cultura occidentale, quindi, la morte è sempre stata considerata come qualcosa di coappartenente alla natura umana, un evento non solo ineliminabile ma addirittura caratterizzante “l'essere dell'uomo” anche in positivo: non solo annichilimento bruto ma condicio sine qua non proprio di quell'impulso vitale di cui, ad un primo sguardo, sembra l'esatto opposto. Si delinea, dunque, già da queste prime battute, un orizzonte dove l'uomo non solo è definitivamente e necessariamente mortale, ma dove lo stesso diviene, grazie alla sua coscienza di esserlo, «il mortale», concezione avallata, tra l'altro, anche filologicamente dall'utilizzo del termine brotói (mortali) come sinonimo di «uomini».La specie umana è, quindi, l'unica ad essere veramente mortale perché l'unica ad avere gli occhi costantemente puntati verso quell'attimo fatale.

A pensarci bene, tuttavia, tale considerazione, tanto ovvia razionalmente, non sembra tranquillizzarci nella vita di tutti i giorni e nemmeno, alla luce di questo, potremo garantire un comportamento tranquillo e distaccato di fronte al sommo istante della nostra esistenza.
Per capire la causa dello scandalo della morte, perché vera e propria scandalosità è quella che ci offende di fronte alla vista di un cadavere completamente pietrificato, bisogna, dunque, muoverci al di sotto di quel piano razionale che abbiamo visto non offrirci nessuna effettiva spiegazione e consolazione.
Questo piano non può che essere rappresentato, quindi, che da quel nucleo di primitivismo irrazionale, o meglio pre-razionale, che permane in ognuno di noi; il piano, cioè, degli “impulsi istintivi”.
Potremo dunque, chiaramente, interrogare chi più di chiunque altro ha meditato su tali aspetti della psiche umana. Mi sto riferendo a Sigmund Freud il quale in alcune sue opere ("Totem e tabù"," Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte", "L'interpretazione dei sogni", "Psicopatologia della vita quotidiana") ha messo in luce magistralmente l'importanza di tali forze inconsce che si riveleranno essere, almeno in questo caso, un vero e proprio conflitto psicologico.
Secondo Freud l'uomo primitivo, che in quanto a pulsioni e istinti non differisce assolutamente dall'uomo contemporaneo, ha radicata dentro di sé una forte tensione alla distruzione e all'odio, forse legata a quell'aspetto concorrenziale e agonistico che caratterizzava sicuramente la selezione naturale.
Anche tralasciando ulteriori passioni altrettanto forti che possono complicare tale impulso, come il complesso edipico per esempio, l'uomo primitivo non trova particolari difficoltà a concepire la morte dell'Altro, né gli crea particolare imbarazzo il constatare come il cadavere si riveli alla fine nient'altro che carne soggetta, anch'essa, alle leggi naturale della degenerazione.
Per quanto riguarda, invece, la propria morte non si fatica a comprendere come fosse, già allora, caratterizzata da quell'estrema irrappresentabilità nella quale ci imbattiamo ancora oggi quando pensiamo all'attimo in cui saremo noi a spegnerci.
C'era, però, un caso in cui la morte dell'Altro, coincidendo con quella del sé, poteva offrire una rappresentazione di tale evento; tale situazione era quella in cui, a morire, era l'amata, il figlio, il padre o chiunque altro fosse particolarmente legato a questi. L'uomo primitivo faceva, così, esperienza di una sensazione nuova, di un profondo paradosso radicato dentro di sé:
<<se da un lato doveva apprendere che anche noi stessi possiamo morire, e tutto il suo essere si rivoltava contro questa possibilità; giacché ogni uno di questi esseri amati era pure una parte del suo stesso diletto Io. Dall'altra parte questa stessa morte gli stava bene, giacché ciascuno di queste persone amate era pure per un certo verso estraneo. La legge dell'ambivalenza emotiva, che domina ancor'oggi i nostri sentimenti verso le persone che amiamo di più, valeva certamente in forma anche più illimitata nei tempi primordiali.>>
Sigmund Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, Bollati Boringhieri, 1994, p. 41
L'uomo primigenio, dunque, di fronte al cadavere della persona amata non prova più quel senso di potenza e di vittoria che assaporava di fronte alla morte del nemico ma gli si pone davanti un enigma, un conflitto di passioni, il dramma di dover giustificarsi e spiegarsi tale morte.
L'uomo dovette così immaginare un'alternativa a quella degenerazione del corpo che osservava nella morte degli altri, doveva trovare una via d'uscita a quel macabro spettacolo, perlomeno nel caso della morte di un suo caro, che alla fine era solo un pretesto per pensare la propria morte altrimenti inimmaginabile. Tale scorciatoia, e ritorna così il «pantóporos» anticipato da Sofocle, la trovò nell'invenzione dello spirito. Lo spirito offriva, infatti, l'occasione per separare l'essenza della persona amata da quel desolante spettacolo di putrescenza che assaliva il corpo del defunto e permetteva, così, una non rassegnata visione della morte rendendo possibile addirittura un universo parallelo, una vita ulteriore dove potesse esistere tale spirito separatosi ormai dal corpo.
«Divenne allora logico prolungare la vita anche nel passato, immaginando le esistenze anteriori, la trasmigrazione delle anime (metempsicosi) e le reincarnazioni: tutto allo scopo di togliere alla morte
il significato di annullamento della vita». Con questo, Freud, delinea psicanaliticamente la nascita di quel conflitto che, non solo viene ad essere fondamentale per l'interpretazione di ogni forma di totemismo, riscontrabile sia nelle primitive società ancestrali che in alcune moderne pratiche religiose, come l'eucaristia per esempio, ma viene definita addirittura da Freud come il cardine, il crocevia di ogni teoria o diagnosi psicanalitica. Non solo; l'impossibilità di guardare in faccia la morte nella sua nudità viene, dunque, ad essere anche causa della nascita del concetto di religione.

Questo è solo una prima parte .. a presto posterò altre riflessioni a riguardo.

Raniero



Fonti
Sigmund Freud, "Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte",Bollati Boringhieri, 1994

giovedì 17 febbraio 2011

Frammenti di Realtà

Ho trovato quasi vitale introdurre, in alcuni miei lavori, frammenti di realtà per esprimere un concetto, un'idea.
Per continuare la riflessione sul mio "interiore conflitto" su arte rappresentativa e presentativa e l'utilizzo di elementi reali avulsi ai classici strumenti artistici devo ritornare agli inizia del '900 quando Picasso e Braque presentavano, separatamente, i primi lavori cubisti.
L'espressione cubista sposta l'obiettivo del fare arte dal piano della visione a quello della ideazione, da un'arte fondata esclusivamente sulle percezione visiva ad un'arte che opera a un livello "concettuale", una ricerca non solo basata con l'aiuto "di ciò che si vede" ma soprattutto con l'apporto "di ciò che pensiamo", una pittura che realizza "forme dipinte come la mente le concepisce". Il cubismo introduce una nuova variante nel fare arte, cioè la capacità di dipingere nuove entità con elementi ricavati non solo dalla realtà della visione, ma anche dalla realtà della concezione, come afferma Appolinaire.
Ossia il prelievo di frammenti di realtà e il loro inserimento nel contesto della pittura, come ad esempio nella Natura morta con sedia impagliata di Picasso solo per citarne una, introduce l'azione del papier collées e collages, altro tema che affronterò più avanti. F. Menna afferma che i frammenti di realtà
agiscono come "dislocatori dell'attenzione",
come stimoli per avviare i procedimenti mentali che presiedono al riconoscimento e alla definizione dell'oggetto.
 L'uso del collage e del decollager da vita così a nuove forme presentative concettuali.
I miei decollage sono di fatto un rifiuto della comunicazione di "consumo" e una destrutturazione di quel linguaggio e dei "prodotti" per arrivare al colore, al concetto di una DESOLAZIONE e di temporanea sensazione di "VUOTO A PERDERE". Ma questo sarà oggetto di un altro post.
Vorrei concludere con due considerazioni di due Grandi Maestri:
Kandinsky incominciò a dipingere i primi quadri non figurativi verso il 1908, affermando che
"ogni colore è dotato di un suo valore espressivo e spirituale e che è quindi possibile rappresentare la realtà spirituale prescindendo da qualsiasi allusione oggettiva". Gli effetti cromatici sono controllabili mediante la percezione visiva.
"Riconosco però che i più profondi ed essenziali segreti del cromatismo restano impenetrabili agli occhi e si possono cogliere solo col cuore. L’essenziale sfugge quindi a ogni formulazione concettuale” J. Itten

Alla prossima ....

Raniero


Fonti:
Filiberto Menna "La linea analitica dell'arte moderna"
Johannes Itten "Teoria del colore"

sabato 5 febbraio 2011

Presentazione o Rappresentazione

questa è la mia battaglia personale, la rappresentazione o la presentazione, ossia l'astratto e il figurativo. L'opera che presenta se stessa o che rappresenta. Devo confessare che adoro la figura umana, la sua rappresentazione, quasi maniacale nei particolari, anche se non proprio iperrealista, come mezzo per esprimere delle emozioni, delle condizioni umane, coscienti o incoscenti che siano. Ma sento pure delle pulsioni interiori verso la libera presentazione di macchie di colore, di astrazioni frutto del momento, dell'istante libero da architetture e da studi.
Kandinskij dopo aver indicato i due poli fondamentali della ricerca artistica moderna nella "GRANDE ASTRAZIONE" e nel "GRANDE REALISMO" e aver individuato in essi due vie che convergono, in ultima analisi, VERSO UN FINE UNICO, lo stesso Kandinskij dichiara <<questi due elementi sono sempre esistiti nell'arte, dove venivano considerati l'uno l'elemento "PURAMENTE ARTISTICO" e l'altro quello "OGGETTIVO"Il primo si esprimeva nel secondo, mentre il secondo era al servizio del primo. Nel raggiungimento di un perfetto equilibrio di questi due elementi si ricercava il punto più alto dell'ideale. Oggi pare che questi'ideale non costituisca più un fine, che il giogo a cui erano appesi i piatti della bilancia sia scomparso e che i due piatti tendano a condurre un'esistenza separata come unità autonome, reciprocamente indipendenti>> (tratto da "Tutti gli scritti", volume 1 di Vasilij Kandinskij, lo si può leggere online in google libri). Non a caso parto dal maestro Kandinskij che circa 100 anni fa, era il 1912, ipotizzava questa separazione in quanto se l'arte non è più rappresentazione e la rappresentazione è la verità dell'arte in rapporto con il reale, allora l'arte è pura convenzione, al limite è una bugia, (ricordate la pipa di Magritte? Ceci n’est pas une pipe, 1928-29). Picasso affermava, nel 1910:
 <<tutti sappiamo che l'arte non è la verità. L'arte è una bugia che ci fa raggiungere la verità, perlomeno la verità che ci è dato di comprendere >>. Con l'abolizione della similarità e della metafora, il quadro non rinvia ad altro da se stesso, diventa un oggetto intransitivo, che non RAPPRESENTA ma PRESENTA se stesso. Ma ... non si corre il rischio che l'arte diventi esclusivamente fine a se stessa, senza rinvii ad altro?'E proprio in quel periodo si affacciava un nuovo movimento artistico il Futurismo che con la figura di Boccioni trova nuova forza e "dinamicità", infatti:<< È il momento in cui l'artista, pur di sfuggire al procedimento imitativo che lo fa cadere inevitabilmente nella più logore apparenze, vi sostituisca la realtà stessa. Appena questa realtà entra a far parte della materia elaborata dell'opera d'arte, le sue dimensioni, il contrasto che suscita, ne trasformano l'anonimo oggetto e l'incamminano a divenire elemento elaborato>> Ma non fu Boccioni, forse per la sua prematura scomparsa, a passare dal "prelievo" al ready-made, infatti il salto decisivo attraverso un varco stretto lo fece solo Duchamp che nel 1917 decise d’esporre l’orinatoio di porcellana.
Ma questa è un'altra storia, dall'analitica alla concettuale .....

Il mio dilemma resta immutato, e non troverà, a breve, una soluzione, mi lascio guidare dalle mie emozioni dell'istinto ma soprattutto dal vivere nelle contraddizioni di tutti i giorni.
Alla prossima ....

Raniero

Fonti:
Vasilij Kandinskij "Tutti gli scritti", volume 1
Filiberto Menna la linea analitica dell'arte moderna